L’analisi storica suggerisce che i veri custodi della tradizione teologica originaria sciita siano i Duodecimami e gli Ismailiti: per loro, infatti, la saggezza dell’imam garantisce la possibilità di un’interpretazione (tawil) mistica del Corano, vicina per molti aspetti a quella del sufismo. Duodecimami e Ismailiti venerano entrambi i primi sei imam fino ad al-Sadiq, non sono però concordi sulla sua linea di successione e non condividono l’ulteriore formulazione teologica: per gli sciiti, l’ultimo imam diviene un personaggio escatologico, isolato dalla storia dell’umanità e destinato a manifestarsi soltanto alla fine dei tempi come mahdi supremo.
La questione dell’imam nascosto giustifica l’attribuzione, da parte dei Duodecimami, di un ruolo di potere ai giuristi, quali custodi della tradizione risalente al profeta e agli imam stessi. I giuristi, con il tempo, arrivarono a rivendicare alcune delle prerogative dell’imam nascosto, ponendosi come garanti della fondatezza di pronunciamenti legali solenni e si attribuirono la funzione di autorità suprema in campo politico e religioso: nel XVII secolo questa situazione fu codificata e venne messa a punto una precisa gerarchia che vede gli ayatollah al vertice di tutta la comunità, anche in campo politico, come del resto è avvenuto in Iran dopo la Rivoluzione Islamica del 1979.
I sunniti, per tradizione, considerano come unica fonte ufficiale le collezioni degli hadith, che completerebbero il Corano, mentre gli sciiti attribuiscono valore normativo anche alle parole e alle azioni degli imam, e il pellegrinaggio alle tombe degli imam è considerato, insieme al pellegrinaggio alla Mecca, uno dei cinque pilastri dell’Islam. In campo teologico, le due visioni dell’Islam si differenziano anche per un’ulteriore elaborazione dottrinale: gli sciiti concepiscono il Corano come creato da Allah in una dimensione temporale, mentre i sunniti ritengono il libro sacro come eterno e increato. In senso generale, il carattere più mistico della teologia sciita ha favorito sicuramente una maggiore propensione verso la speculazione filosofica, e una propensione a rielaborare concezioni estranee all’Islam, come il Neoplatonismo per esempio, e ad attribuire molta rilevanza a ogni visione di tipo esoterico.
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